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L’

editoriale di questo dicembre mi mette in difficoltà.

Fare il bilancio di un anno come il 2021 mi torna diffi-

cile, poiché i ventiquattro mesi passati si accavallano, privi

di tante esperienze che avrei potuto fare e che, come tut-

ti, ho dovuto rimandare a tempi migliori. Viaggi, incontri,

perfino semplici serate al cinema: tutto in stand-by a sin-

ghiozzo per mesi, al punto che se metto in fila le settimane

di vita normale, forse di due anni non ne faccio uno.

Questa sensazione è comune a molte persone. Quando

ne parlo, lo stupore è immediato. Io: “Per me 2020 e 2021

si confondono come se fossero un

solo anno”. Risposta: “Anche per

me!”. Non so se sia così per tutti o

se io abbia delle conoscenze dalla

mente confusa come la mia, ma la

sensazione è forte e mi mette in dif-

ficoltà. Perciò, pensare al presente

mi risulta più semplice. E il presente

è un momento duro ma anche bello.

Fatto di sacrifici e timore per i pros-

simi mesi invernali, ma anche di una

ripresa delle attività in presenza con entusiasmanti mo-

menti di condivisione. Come la Dubai Watch Week di fine

novembre (ne parliamo a pagina 104) o i festeggiamenti

del numero 300 de

l

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rOlOgiO

(a pagina 42). Sempre con

cautela, tanto di green pass e controlli, che a volte ci met-

tono in difficoltà ponendoci di fronte alle forti differenze

nelle scelte personali di ognuno di noi.

Diversi articoli di questo numero nascono da incontri dal

vivo: il nuovo Tudor (a pagina 52), cui ho dedicato anche

una presentazione video su Instagram in occasione del

lancio; il Nomos Autobahn Director’s Cut, provato al polso

a Milano grazie a un evento per la stampa, in cui dopo un

anno e mezzo ho potuto rivedere il team tedesco della

Casa; l’articolo Longines con intervista al Ceo Matthias Bre-

schan, incontrato a Barcellona.

Nei prossimi mesi vogliamo continuare così. Soprattutto

con la ripresa, il più presto possibile, delle visite in ma-

nifattura e degli eventi di presentazione con

l

’O

rOlOgiO

C

lub

, arricchitosi di quattro nuovi partner: Breitling, IWC,

Longines e Omega. Che si aggiungono a Bulgari, Chopard,

Glashütte Original, Hublot, Jaeger-LeCoultre, Jaquet Droz,

Montblanc e Piaget.

C’è ancora dell’incertezza, ma il motore dell’orologeria

non intende fermarsi. A gennaio ci aspettano il VO Vintage

di Vicenza (22-24 gennaio) e la LVMH Watch Week, a Gi-

nevra. Il primo ci vedrà partner come rivista specializzata,

come già nelle precedenti edizioni. La seconda è ancora

un’incognita, con parte della manifestazione in presenza e

parte in digitale. Sarà comunque una prova generale per

Watches and Wonders (30 marzo – 6 aprile 2022), che

dopo la definitiva cancellazione di Baselworld è diventata

l’unica fiera di riferimento del settore. O forse no.

La mancanza di una manifestazione che riunisca davvero

tutta l’orologeria, infatti, sta facendo crescere l’offerta di

eventi locali. In Italia l’osservata speciale è proprio Vicen-

zaoro con i suoi VO Vintage e VO’Clock, che hanno otte-

nuto l’attenzione del settore grazie alla riuscita edizione di

settembre scorso. L’importante è che non ci si dimentichi

più dell’utente finale. Del pubblico degli appassionati. Per-

ché la cancellazione di Baselworld conferma una cosa: la

fiera tradizionale non ha più l’importanza di un tempo. Il

futuro è nella condivisione del sapere, della cultura e delle

esperienze legate alla passione degli orologi. Il pubblico

vuole questo ed è a lui che il settore deve rivolgersi in

primo luogo.

ei discorsi fra addetti ai lavori, negli off-the-record delle interviste, fra le righe degli editoriali, sui com-

menti di Instagram, c’è una strisciante nostalgia verso un tempo passato. Verso un’industria orologiera

che necessariamente non esiste più. Il riferimento è spesso agli anni ’90, a un periodo d’oro per questo set-

tore, del quale si ricorda lo spirito pioneristico, il fervore delle idee, la dimensione umana dei rapporti. Il

tempo in cui la fiera di Basilea ancora non era grande né – ancor meno – a rischio implosione. Quando

Cartier ancora non si era scissa per creare il proprio Salone a Ginevra. Quando Franck Muller era un ragaz-

zino timido, ultimo arrivato nell’Accademia dei Creatori Indipendenti, e ci si chiacchierava a quattr’occhi nei

corridoi di Basel. A sentire chi c’era, sembra il paese dei balocchi. Le cui luci e giostre si sono riaccese il

giorno in cui due m ghi, svegliatisi di buon umore, dal nulla hanno creato lo Swatch. E, con un trucco da

illusionisti, hanno risollevato d’ n tratto le sorti dell’industria svi zera.

Il passato è bello perché si era tutti più giovani. P rché, pensarci, si sente ncora l’energia che gonfiava le

vene. È vero che c’era uno spirito quasi pioneristico, quando l’orologeria si è risvegliata dal letargo forzato

durato vent’anni. Ed è sicuramente vero che è stato bello per chi ha vissuto

quel momento. Ma anche allora non sono mancati i cambiamenti. L’uscita

di Cartier dalla Fiera di Basilea (ancora non si chiamava Baselworld) ha por-

tato alla nascita del Sihh e a un duopolio fieristico che ha contraddistinto il

settore per oltre 30 anni: non poi così poco. La successiva concentrazione

d lle marche all’interno di gruppi

del lusso ha portato una pioggia di

investimenti nel settore, che le Case

orologiere da indipendenti non si

sarebbero potute permettere. Ha

creato un periodo di splendore, in

cui quelle che erano in tutto e per

tutto “fiere campionarie” hanno ini-

ziato a chiamarsi Saloni e a offrire un ambiente e un’esperienza di lusso ai

visitatori.

Buffo, quando si è cominciato a parlare di lusso in orologeria. All’inizio fu

una parola quasi rifiutata. Come se anche solo l’idea contaminasse l’integrità

di un’industria fatta di macchine, olio, trucioli di metallo, artigiani e maestranze (oltre che di maghi, anziché

manager). Non tutti compresero subito l’importanza del cambiamento. La portata epocale del passaggio da

oggetto meccanico a prodotto di lusso, da firme orologiere a brand aspirazionali. Il cambiamento tuttavia è

avvenuto. E non è stato il male assoluto.

Ogni trasformazione ci allontana dall’illusione di sicurezza che ci dà il conoscere già una situazione. Abbiamo

imparato a muoverci, anche solo logisticamente parlando, in un ambiente, in una realtà organizzata in un

certo modo e dove c abituar a una nuova dimensio e ci f sentir più spa sati che se la affrontassimo per

la prima v lta. Ecco da dove nasce la n stalgia: è figlia della resilienza.

Quest’anno l’orologeria vede un cambiamento che riguarda il settore fieristico, con il Sihh che si trasforma

in Watches & Wonders Genève e congiunge le sue date a quelle di Baselworld, tra fine aprile e inizio mag-

gio. Ogni marca e gruppo ha preso o sta per prendere una posizione in merito: chi non esporrà né a Basilea

né a Ginevra (come altri già lo scorso anno), chi aggiungerà un appuntamento indipendente a inizio anno

Poi ci sono i tanti e importanti nomi che continueranno a esporre in una Baselworld che promette un format

rinnovato, e le marche che decideranno di sperimentare la nuova formula espositiva di Ginevra.

Sarà una trasfor azione interess nte, stim lante, che già accende la curiosità per un’indust i che, fortuna-

tam nte, d vanti a momenti di difficoltà non i voca inesistenti m ghi (si trattava di industriali e gruppi di in-

vestitori bancari, a ben vedere), ma ha il coraggio di sperimentare il cambiamento. P ggio per chi, crogio-

landosi nella nostalgia, non ci sarà a vederlo.

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N.282

Novembre 2019-Mensile -

AnnoXXVIII

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La classe non

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Quando il

cambiamento arriva,

bisogna abbracciarlo

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