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orniamo dopo l’estate con un numero straordinaria-

mente ricco. Inusualmente, i mesi più caldi ci hanno

regalato le notizie più roboanti dell’anno, dalle dimissio-

ni del Presidente della Fondazione dell’Alta Orologeria,

Fabienne Lupo (ne parliamo in ultima pagina), ai nuovi

complicati Patek Philippe (a pagina 26), dai Geneva Wa-

tch Days con il nuovo record di sottigliezza firmato Bul-

gari (a pagina 34), alle attesissime novità Rolex (a pagina

40) finalmente svelate il 1° settembre.

A luglio e agosto l’orologeria, insomma, non è stata ferma

un attimo. Ci ha dato tanto da parlare e da scrivere per

i prossimi mesi, probabilmente fino alla fine dell’anno.

Eppure, non è finita qua. Altre novità e altri cambiamenti

ci aspettano in autunno.

Perché questo affastellarsi di lanci e no-

tizie? È abbastanza logico in un anno in

cui tutte le attività previste entro i primi

sei mesi sono state cancellate o rinviate a

data da destinarsi (come era accaduto per

Rolex e Patek Philippe) e in cui l’incertez-

za ancora domina il mercato.

Intanto, però, in Italia i negozi stanno la-

vorando, la vita ha ripeso a scorrere quasi

normalmente nonostante tutto, e la bel-

la notizia è che lo spostamento in avanti delle uscite fa

sì che le nuove collezioni siano già disponibili. Quindi,

niente attese dopo il lancio in comunicazione. Niente

“dopo fiera” noiosi, in cui la discussione sui nuovi mo-

delli va scemando in attesa di poterli vedere dal vivo. E,

soprattutto, nessuna delusione andando in orologeria per

scoprire che “Mi dispiace, ma per le novità deve attende-

re ancora due mesi”.

Anche il Patek Philippe di copertina, in edizione limitata

a 1.000 esemplari, è già allacciato al polso di molti clienti

della Casa. E non aspetteremo a lungo per vedere sfog-

giato il nuovo Submariner. Così potremo davvero con-

statare che la vestibilità, nonostante il diametro maggiore

(41 millimetri contro i 40 del precedente modello), grazie

alle anse più sottili e rastremate è davvero migliorata, an-

che se è innegabile che l’orologio si adatterà meno ai pol-

si più piccoli, che già tolleravano appena i 40 millimetri.

Lunghezza e curvatura delle anse sono elementi fonda-

mentali per l’indossabilità di uno sportivo. Un orologio

elegante, dallo spessore contenuto, si adatta più facilmen-

te a qualunque polso (a parte quei pochi casi in cui il dia-

metro è davvero sproporzionato rispetto allo spessore).

E in questo caso è facile vedere esperimenti sulle anse, a

volte dritte e appena inclinate, come nell’Altiplano Ulti-

mate Concept di Piaget, oppure fortemente geometriche

con una curvatura appena

accennata, come nell’Octo

Finissimo di Bulgari.

In uno sportivo, con spes-

sore e peso della cassa preponderanti rispetto al bracciale

o al cinturino, se le anse non abbracciano bene il polso

l’orologio tende ad assumere una posizione sbilanciata,

si fa sentire e si perde il piacere di indossarlo. Questo

non sembra essere mai stato il caso del Submariner, le

cui vendite non hanno subito variazioni negli anni per

questo motivo.

Perché in un’icona anche i difetti diventano pregi. Ep-

pure, Rolex ha ritenuto giusto intervenire. Aggiornare

e migliorare senza stravolgere: un’attività niente affatto

semplice. Quindi, sì: è il solito Submariner, ma provatelo

al polso e ne riparliamo.

EDITorIALE

T

ANTO

E

Di

PiÙ

Editoriale

ei discorsi fra addetti ai lavori, negli off-the-record delle interviste, fra le righe degli editoriali, sui com-

menti di Instagram, c’è una strisciante nostalgia verso un tempo passato. Verso un’industria orologiera

che necessariamente non esiste più. Il riferimento è spesso agli anni ’90, a un periodo d’oro per questo set-

tore, del quale si ricorda lo spirito pioneristico, il fervore delle idee, la dimensione umana dei rapporti. Il

tempo in cui la fiera di Basilea ancora non era grande né – ancor meno – a rischio implosione. Quando

Cartier ancora non si era scissa per creare il proprio Salone a Ginevra. Quando Franck Muller era un ragaz-

zino timido, ultimo arrivat n ll’Accademia dei Creatori Indipendenti, e ci si chiacchierava a quattr’occhi nei

c rridoi di Basel. A sentire chi c’era, s mbra il paese ei b locchi. Le cui luci e gi stre si sono riaccese il

giorno in cui due maghi, svegliatisi di buon umore, dal nulla hanno creato lo Swatch. E, con un trucco da

illusionisti, hanno risollevato d’un tratto le sorti dell’industria svizzera.

Il passato è bello perché si era tutti più giovani. Perché, a pensarci, si sente ancora l’energia che gonfiava le

vene. È vero che c’era uno spirito quasi pioneristico, quando l’orologeria si è risvegliata dal letargo forzato

durato vent’anni. Ed è sicuramente vero che è stato bello per chi ha vissuto

quel mo ento. Ma anche allora non sono mancati i cambi menti. L’uscita

di Cartie dalla Fiera di Basil a (ancora non si chiamava Baselworld) ha por-

tato alla nascita del Sihh e a un duopolio fieristico che ha contraddistinto il

settore per oltre 30 anni: non poi così poco. La successiva concentrazione

delle marche all’interno di gruppi

del lusso ha portato una pioggia di

investimenti nel settore, che le Case

orologiere da indipendenti non si

sarebbero potute permettere. Ha

creato un periodo di splendore, in

cui quelle che erano in tutto e per

tutto “fiere campionarie” hanno ini-

ziato a chiamarsi Saloni e a offrire un ambiente e un’esperienza di lusso ai

visitatori.

Buffo, quando si è cominciato a parlare di lusso in orologeria. All’inizio fu

una parola quasi rifiutata. Come se anche solo l’idea contaminasse l’integrità

di un’industria fatta di macchine, olio, trucioli di metallo, artigiani e maestranze (oltre che di maghi, anziché

manager). Non tutti compresero subito l’importanza del cambiamento. La portata epocale del passaggio da

oggetto meccanico a prodotto di lusso, da firme orologiere a brand aspirazionali. Il cambiamento tuttavia è

avvenuto. E non è stato il male assoluto.

Ogni trasformazione ci allontana dall’illusione di sicurezza che ci dà il conoscere già una situazione. Abbiamo

imparato a muoverc , anche solo logisticamente parlando, in un ambiente, in un realtà organizzata in un

certo modo e doverci abituare a una nuova dimensione ci fa sentire più spaesati che se la affrontassimo per

la prima volta. Ecco da dove nasce la nostalgia: è figlia della resilienza.

Quest’anno l’orologeria vede un cambiamento che riguarda il settore fieristico, con il Sihh che si trasforma

in Watches & Wonders Genève e congiunge le sue date a quelle di Baselworld, tra fine aprile e inizio mag-

gio. Ogni marca e gruppo ha preso o sta per prendere una posizione in merito: chi non esporrà né a Basilea

né a Gi evra (come altri già lo scorso anno), chi aggiungerà un appuntamento indipendente a inizio anno

Poi ci sono i tanti e i portanti omi ch ontinuera no a esporre in una Baselworld che promette un format

rinnovato, e le marche che decideranno di sperimentare la nuova formula espositiva di Ginevra.

Sarà una trasformazione interessante, stimolante, che già accende la curiosità per un’industria che, fortuna-

tamente, davanti a momenti di difficoltà non invoca inesistenti maghi (si trattava di industriali e gruppi di in-

vestitori bancari, a ben vedere), ma ha il coraggio di sperimentare il cambiamento. Peggio per chi, crogio-

landosi nella nostalgia, non ci sarà a vederlo.

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