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tato il successivo ascolto, dedicato

all’interpretazione di una delle sin-

fonie più affascinanti e coinvolgenti

di Sciostakovic, la Decima in mi mi-

nore op.93, composta nell’estate-au-

tunno del 1953, all’affacciarsi della

cosiddetta stagione del disgelo, della

parziale sospensione dell’ideologia

conformista dopo la scomparsa di

Stalin.

Al carattere mahleriano del tempo

iniziale, improntato a una disperata

atmosfera di trenodia (Moderato),

si è ascoltato in seconda posizione

un selvaggio, fulminante Allegro,

ormai conosciuto

con il sottotitolo

Scherzo-Stalin. In-

fatti è ormai notoria

la ricostruzione del-

la genesi di questa

Decima Sinfonia in

base alla testimo-

nianza di Volkov e

alle dichiarazioni

del musicista mede-

simo, dal momen-

to che l’esplicita,

contrapposizione di

Sciostakovic alla

tirannia stalinista è

individuabile, nel

secondo movimen-

to, con l’inserzione

d’un motto costitu-

ito dalla figurazione musicale “Re

bemolle-Mi bemolle-Do-Si”, in cui

si celano le iniziali del nome del

musicista secondo la grafìa dell’al-

fabeto tedesco “D.Sch”: in termi-

ni sonori colpisce, ad ogni ascolto,

una violenza brutale d’estrema in-

cisività. Nel terzo movimento, Al-

legretto, un tempo di valzer si fa

progressivamente aggressivo per la

ricomparsa, come un’idea fissa, di

quel motto personale. E nel Finale ,

Andante-Allegro, il frequente ritor-

no di quello stesso motto conduce la

Decima Sinfonia ad un esito clamo-

roso, quasi Sciostakovic avesse vo-

luto affidare alla musica il riscatto di

un compositore stanco e stufo oltre

ogni dire di aver patito tanti tormen-

ti. Daniele Gatti, musicista d’inde-

fettibile caratura artistica, ha firmato

nell’occasione una delle sue prove

più ammirevoli.

menti psicologici. Nel rapporto tra il

solista e l’orchestra risulta assente il

tradizionale principio di competizio-

ne in luogo del quale, come si verifi-

ca in alcune composizioni di Bartok,

si staglia una sostanziale affinità di

intenti drammatici ed espressivi. Il

lavoro si articola in quattro movi-

menti, il primo dei quali,intitolato

Notturno, è un Moderato di carattere

introverso e comprende alcune sin-

golari citazioni, attorno alle quali il

solista fa intendere i suoi arabeschi

significativi: all’inizio un inciso

wagneriano, poi una successione di

sonorità in pianissimo, infine uno

spunto di corale bachiano simile a

quello inserito da Alban Berg nel

suo Concerto per violino e orchestra.

Il secondo tempo è uno Scherzo (Al-

legro) di spettacolare virtuosismo

all’arco, quasi nel susseguirsi di pas-

saggi di bravura. In terza posizione

vi è una Passacaglia di carattere me-

ditativo, intesa a ribadire l’iniziale

pensosità drammatica, sfociando in

una lunga e impervia Cadenza che

conduce all’ultimo movimento, de-

nominato Burlesque, in cui l’autore

ritrova e mescola assieme tristezza e

ironia grottesca, accenti drammatici

e accelerazioni brucianti. Il solista

Nikolaj Znaider, nato a Copenhagen

nel 1975, suonava un Guarneri del

Gesù del 1741 d’intensa cantabilità.

Alle insistenti richieste d’un fuori

programma ha offerto l’esecuzio-

ne d’una suggestiva Sarabanda ba-

chiana. Per un direttore del calibro

e della maturità espressiva come

Thielemann la successiva interpre-

tazione della Patetica di Čajkovskij

si è tradotta in una imperiosa af-

fermazione di turgore sinfonico e

di sofferta partecipazione emotiva,

coinvolgendo tutto il vasto pubblico

nell’evocazione del dramma esisten-

ziale del musicista russo riproposto

dal canto dei meravigliosi strumen-

tisti sassoni.

La sera di Pasqua sul podio della

Staatskapelle Dresden è salito il ma-

estro ospite, secondo la tradizione

del Festival salisburghese, e questa

volta l’ospite era Daniele Gatti con

Arcadi Volodos solista alla tastiera

per l’interpretazione del popolaris-

simo Concerto N° 1 in si bemolle

minore op. 23 di Čajkovskij. Artista

di grande temperamento ed anche di

notevole variabilità d’umori, Volo-

dos ha fatto chiaramente intendere

di avere al suo arco nell’occasione

tutti i dardi giusti e infallibili per

vincere e dominare qualsiasi avver-

sario. E così è stato, specialmente

nelle pagine intimistiche del secon-

do tempo,‘Andantino semplice’, tra

cantilene notturne e sonorità traso-

gnate. Naturalmente Volodos aveva

padroneggiato tutte le difficoltà del

movimento iniziale e con analoga

determinazione ha poi affrontato e

domato l’andamento incalzante e

vorticoso del conclusivoAllegro con

fuoco. Di spiccato interesse è risul-

La sera del Lunedì dell’Angelo è

stata la volta di assistere alla rappre-

sentazione delle due opere “Cavalle-

ria rusticana” e “Pagliacci” e, nella

circostanza, ho appreso che la guida

dell’esecuzione del capolavoro ma-

scagnano costituiva un esordio per

Thielemann, mentre “Pagliacci” li

aveva già condotti quando, in avvio

di carriera, era stato maestro stabile

a Norimberga. In termini essenziali

ho verificato che il disegno inter-

pretativo del direttore berlinese era

improntato ad una visuale d’insie-

me rigorosa e ad un tempo raffina-

ta, senza mai rinnegare o attenuare

certi turgori nel rendimento vocale

della distribuzione. A monte dove-

va esserci stata una concertazione

attenta e scrupolosa con la conse-

guenza di far risaltare, nell’esecu-

zione orchestrale, una pronunciata

intensità drammatica, talvolta anche

qualche violenta accensione, senza

cedere mai alle tentazioni di sonori-

tà volgarmente estroverse e plateali.

Efficacemente chiaro mi è apparso

il ventaglio dei piani sonori, delle

dinamiche e dei chiaroscuri espres-

sivi. Jonas Kaufmann è risultato un

protagonista esemplare e felicissimo

quindi il suo debutto come Turiddu.

Al vertice della carriera, a 45 anni

d’età, il tenore monacense si è fatto

apprezzare per stile d’altissima clas-

se e per la vibratile luminosità del

fraseggio, calandosi alla perfezione

nel personaggio. Da ricordare inol-

tre le convincenti prove di Liudmyla

Monastyrska come Santuzza, Am-

brogio Maestri come Alfio, Stefania

Toczyska comeMamma Lucia ed an-

che di Annalisa Stroppa come Lola.

Giudizio analogo per la successiva

rappresentazione di “Pagliacci”, sia

per quanto atteneva all’esecuzione

musicale sia per la performance di

Kaufmann all’esordio come Canio.

In quest’opera il cast comprendeva

Maria Agresta come Nedda, Dimitri

Platanias come Tonio, Tansei Ak-

zeybek come Beppe e Alessio Ardu-

ini come Silvio. Da lodare assieme

all’impegno esecutivo del Coro e

dell’Orchestra della Staatskapelle di

Dresda, anche la partecipazione del

Salzburger Bachchor e dello Salz-

burger Theater Kinderchor. Qualche

considerazione meno sommaria esi-

ge la realizzazione rappresentativa

dei due spettacoli nella concezione

del regista Philipp Stoelzl d’intesa

con la scenografa Heike Vollmer e

la costumista Ursula Kudrna con le

luci di Heinz Ilsanker e la

drammaturgia di Jan Dvo-

rak.

L’impianto registico ideato

da Philipp Stoelzl si giova

delle precedenti sue espe-

rienze di ambito pubblicita-

rio e realistico, nonché nel

teatro di prosa e d’avanguar-

dia. in quello cioè che suo-

le definire come “teatro di

sintesi” L’opera lirica come

genere l’aveva praticata solo

una volta, anni fa a Salisbur-

go per il “Benvenuto Celli-

ni” di Berlioz con la direzio-

ne di Gergyev ed era stato un

allestimento assai originale.

Per lui l’opera lirica equi-

vale al cinema e l’affronta

con mezzi cinematografici,

utili, secondo lui, a definire

il senso visivo di sentimenti

ed emozioni. Sia per “Caval-

leria rusticana” sia per “Pa-

gliacci”, dove al centro della

vicenda vi sono avvenimenti

di cronaca, ora in Sicilia ora in Cala-

bria realmente avvenuti, Stoelzl si è

rifatto al cinema del neorealismo de-

gli anni Quaranta, in bianco e nero,

alternando il campo lungo al primo

piano. Secondo il suo collaboratore

Jan Dvorak a monte delle soluzioni

adottate dalla regìa vi sono i drammi

raccontati con i disegni del minia-

turista fiammingo Frans Masereel e

del bavarese Otto Noeckel che negli

anni Venti sul periodico “Simpli-

cissimus” in termini grotteschi ha

raffigurato fatti di cronaca. Delibe-

ratamente Stoelzl ha ricusato la tra-

dizionale unità di tempo e spazio per

privilegiare la simultaneità di diver-

si episodi nell’intento di accrescer-

ne la funzione espositiva. In pratica

nel buio completo del Grosses Fest-

spielhaus sulla superficie verticale

di una sorta di sipario si aprivano via

via nel corso della rappresentazione

delle finestre su due distinti livelli,

alcune finestre si identificavano in

scenari per l’azione rappresentativa

mentre su altre c’erano le proiezio-

ni di alcuni particolari come i volti,

le espressioni degli stessi cantan-

ti. Più che un saggio di Verismo si

è avuto un saggio di teatro espres-

sionistico. Una Sicilia pietrosa, una

Calabria desolata, in bianco e nero

con vivacità di movimenti per i per-

sonaggi man mano in scena o sullo

schermo. Tutti convinti? Per Paolo

Baratta, presidente della Biennale,

“soluzioni meravigliose, che valo-

rizzano l’essenzialità del cinema al

giorno d’oggi, Indubbio comunque

il trionfo nell’immenso pubblico con

mezz’ora di standing ovation al ter-

mine e reiterate passerelle di cantanti

e musicisti. Il consuntivo finanziario

ha registrato un considerevole au-

mento del numero dei Foerderer cioè

dei sottoscrittori e degli sponsor e 4

milioni di euro d’incasso al botteghi-

no. Il nuovo sovrintendente Peter Ru-

zicka ha annunciato il programma del

2016 con “Otello” di Verdi diretto da

Thielemann e tra i concerti la “Missa

Solemnis” di Beethoven e l’Ottava

Sinfonia di Henze.

Luigi Bellingardi

Applauso finale a

Pagliacci

Jonas Kaufmann in

Cavalleria Rusticana

© Gregor Hohenberg